Introduzione

Negli ultimi decenni, la crioconservazione degli embrioni ha assunto un ruolo sempre più centrale nel campo della Procreazione Medicalmente Assistita (PMA), fino a diventare una procedura di routine. Questa tecnica consente di congelare gli embrioni a temperature estremamente basse (quasi -200°C), sospendendone temporaneamente lo sviluppo e permettendone l’utilizzo in un momento successivo.

La prima gravidanza ottenuta dal trasferimento di un embrione crioconservato risale al 1983, quando due ricercatori australiani riuscirono a crioconservare un embrione allo stadio di 8 cellule per 4 mesi e a ottenere, in seguito al trasferimento in utero, una gravidanza (1). Da allora, i progressi tecnologici hanno reso questa procedura sempre più sicura ed efficace, fino a renderla oggi parte integrante dei trattamenti di fecondazione in vitro.

Solamente in Italia, nel 2022, i bambini nati dal trasferimento di embrioni crioconservati hanno rappresentato quasi il 60% di tutte le nascite ottenute mediante tecniche di PMA (2).

Sebbene i vantaggi clinici della crioconservazione siano molteplici, questa tecnica apre una serie di questioni etiche, giuridiche e sociali, in particolare per quanto riguarda il destino degli embrioni non utilizzati, la durata della loro conservazione e gli aspetti legali e morali che ne derivano.

I vantaggi della crioconservazione

La crioconservazione offre numerosi benefici dal punto di vista clinico. Innanzitutto, consente di trasferire un solo embrione per volta, congelando quelli in eccesso e riducendo così in modo significativo il rischio di gravidanze multiple. Questa possibilità permette anche di utilizzare gli embrioni conservati per tentativi futuri, in caso di mancata gravidanza o qualora la coppia desideri una nuova gravidanza, offrendo ai pazienti maggiori probabilità di successo senza dover affrontare nuovamente l’intero ciclo di stimolazione ovarica.

Un ulteriore vantaggio riguarda la sicurezza: posticipare il trasferimento dell’embrione riduce il rischio di sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS), una complicanza della stimolazione ormonale caratterizzata da un’eccessiva risposta delle ovaie ai farmaci, che si presenta con un accumulo di liquidi nell’addome e può avere gravi conseguenze. Poiché l’instaurarsi di una gravidanza può peggiorare o prolungare il quadro clinico dell’OHSS, posticipare il trasferimento dell’embrione riduce significativamente tale rischio (3).

La crioconservazione contribuisce anche a preservare la ricettività dell’endometrio (il rivestimento interno dell’utero), che può risultare alterata dagli elevati livelli ormonali conseguenti ad un ciclo “a fresco” (4).

Un ulteriore vantaggio è legato ai cicli che prevedono la diagnosi genetica preimpianto: la crioconservazione, infatti, consente di attendere l’esito delle analisi mirate a individuare eventuali anomalie cromosomiche o malattie genetiche prima di procedere con il trasferimento.

Infine, è importante sottolineare la differenza tra la crioconservazione di embrioni e di ovociti. Gli embrioni, essendo costituiti da più cellule e contenendo meno acqua rispetto ai singoli ovociti, tollerano meglio il congelamento e lo scongelamento. Gli ovociti, al contrario, sono cellule più grandi e ricche di acqua, e per questo più vulnerabili alla formazione di cristalli di ghiaccio e ai danni da shock osmotico. Per questo motivo, storicamente, il congelamento degli embrioni ha garantito tassi di gravidanza più elevati rispetto a quello degli ovociti, anche se i progressi tecnici hanno notevolmente ridotto questa differenza.

Come funziona la crioconservazione?

Nei cicli di fecondazione in vitro, gli embrioni possono essere generalmente crioconservati in due momenti principali: al terzo giorno di sviluppo oppure allo stadio di blastocisti, che corrisponde al quinto-settimo giorno di sviluppo.

La crioconservazione avviene attraverso l’aggiunta di sostanze protettive, dette crioprotettori. Successivamente, gli embrioni vengono immersi in azoto liquido, a -196°C. A questa temperatura, l’attività metabolica dell’embrione si arresta completamente, senza compromettere la sua capacità di riprendere il processo di crescita una volta scongelato.

Ad oggi, la tecnica più diffusa è la vitrificazione, che permette il congelamento in modo ultra-rapido, trasformando l’acqua presente nelle cellule in una sorta di vetro amorfo e impedendo la formazione di cristalli di ghiaccio che potrebbero danneggiare le strutture cellulari. Grazie alla sua semplicità, rapidità di esecuzione, elevata efficienza e costi contenuti, la vitrificazione è ormai lo standard adottato in tutti i principali centri di fertilità nel mondo.

Questa tecnica garantisce alti tassi di sopravvivenza degli embrioni allo scongelamento (spesso superiori al 90-95%) con risultati, in termini di successo, paragonabili a quelli ottenuti con il trasferimento di embrioni a fresco (5,6).

Tuttavia, l’esito positivo della crioconservazione dipende anche da diversi fattori biologici, come la qualità dell’embrione al momento del congelamento. Embrioni di buona qualità hanno un maggior tasso di sopravvivenza allo scongelamento e maggiori probabilità di impianto. Anche lo stadio di sviluppo influenza il successo della crioconservazione: le blastocisti tendono ad avere tassi di sopravvivenza e di impianto più alti rispetto agli embrioni in terza giornata. Nel complesso, comunque, oggi grazie alla vitrificazione più di 9 embrioni su 10 sopravvivono al processo di scongelamento mantenendo il loro potenziale di sviluppo.

Sicurezza e durata della crioconservazione

Uno dei temi più dibattuti riguarda la durata della crioconservazione degli embrioni. Alcuni studi suggeriscono che il tempo di congelamento non comprometta né la qualità dell’embrione né le possibilità di gravidanza (7). A conferma di ciò, di recente è stata riportata la notizia della nascita di un bambino da un embrione congelato nel 1994, ben 31 anni prima dello scongelamento (8).

Tuttavia, altre ricerche ritengono che periodi di conservazione molto lunghi possano influenzare negativamente gli esiti, con tassi di gravidanza leggermente inferiori e possibili effetti sulla salute dei neonati (9,10).

Ad oggi, non esiste una risposta definitiva, ma la maggior parte delle evidenze indica che gli embrioni possono rimanere vitali e mantenere il loro potenziale di sviluppo anche dopo decenni di congelamento.

Le implicazioni etiche

La crioconservazione degli embrioni, pur rappresentando una grande opportunità in ambito medico, apre anche complesse questioni etiche, giuridiche e sociali, soprattutto riguardo al destino degli embrioni non utilizzati al termine del percorso riproduttivo della coppia.

Sul piano giuridico, in Italia l’embrione è tutelato fin dal momento della fecondazione e le opzioni consentite per la gestione degli embrioni crioconservati sono limitate a due possibilità: il trasferimento in utero o il mantenimento indefinito in crioconservazione. In altri Paesi, invece, le normative permettono anche ulteriori scelte, come la donazione degli embrioni ad altre coppie infertili, la donazione a scopi di ricerca scientifica o la distruzione volontaria.

La decisione sul destino di questi embrioni è spesso molto complessa e carica di significato emotivo. Questa difficoltà nasce in gran parte dalla diversa percezione che le persone hanno dell’embrione: per alcuni si tratta semplicemente di un “tessuto biologico”, mentre per altri rappresenta una vera e propria entità vivente, un “figlio potenziale” con propri diritti da tutelare (11). Queste diverse visioni influenzano profondamente le scelte delle coppie (12).

Sul piano morale, entrano in gioco convinzioni personali, culturali e religiose: il riconoscimento dell’embrione come vita potenziale, la responsabilità verso quelli “abbandonati”, la tutela dell’identità genetica e il rifiuto di ogni uso non procreativo senza consenso. Questi elementi, pur non sempre codificati dalla legge, condizionano fortemente le decisioni e il dibattito pubblico.

Il contesto italiano

In Italia, le tecniche di PMA sono disciplinate dalla Legge 40 del 19 febbraio 2004, intitolata “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”. La normativa, nata con l’obiettivo di tutelare contemporaneamente la salute della donna, il rispetto della vita e i diritti dell’embrione, in origine presentava caratteri molto restrittivi. Con il tempo, tuttavia, diversi aspetti sono stati modificati dalla Corte Costituzionale, che ne ha riconosciuto l’irragionevolezza o la lesione di diritti fondamentali.

Tra le modifiche più significative rientra la sentenza n. 151 del 2009, che ha dichiarato incostituzionale il divieto di produrre più di tre embrioni e l’obbligo di impiantarli tutti in un unico e contemporaneo trasferimento. Da quel momento è stata riconosciuta al medico la possibilità di decidere, caso per caso, il numero di embrioni da creare e trasferire, riducendo così il rischio di gravidanze multiple e aprendo le porte alla crioconservazione degli embrioni in sovrannumero. Successivamente, la sentenza n. 96 del 2015 ha sancito il diritto per le coppie portatrici di malattie genetiche di accedere alla diagnosi genetica preimpianto, estendendo così la tutela della salute e la libertà procreativa. Con la sentenza n. 162 del 2014, inoltre, è stata introdotta la possibilità di ricorrere alle tecniche di PMA eterologa, consentendo l’utilizzo di gameti provenienti da donatori esterni alla coppia.

Nonostante queste aperture, persistono limiti rilevanti. Rimane vietata la donazione di embrioni a fini di ricerca, così come non è ammessa la loro distruzione volontaria, anche quando siano affetti da gravi patologie genetiche. La crioconservazione degli embrioni, oggi possibile, non è ancora regolamentata in modo dettagliato: non sono stabiliti termini massimi di conservazione né criteri chiari per la gestione degli embrioni crioconservati.

Attualmente, la normativa italiana prevede solamente la crioconservazione a tempo indeterminato degli embrioni crioconservati, lasciando aperti numerosi interrogativi di natura etica, giuridica e organizzativa, resi ancora più complessi dall’aumento dei cicli di fecondazione in vitro e dal conseguente incremento del numero di embrioni crioconservati.